14 luglio 2010
quattordici luglio
Che cos'è la felicità è una di quelle domande che meno ci facciamo più vuol dire che lo siamo.
Ho sempre creduto così, il non domandarselo da un po' di anni a questa parte è un'assenza costante, il più delle volte non ci faccio caso.
Poi qualcuno te lo chiede, qualcuno fa notare che forse fingi di esserlo e allora inizi il viaggio, inizi a domandartelo, sapendo che non avrai nessuna risposta, perché ci possono essere una miriade di risposte.
Si è felici quando si fanno le cose che si amano?
Si è felici quando si può disporre del proprio tempo e di una quantità di soldi sufficiente per potere fare un viaggio verso una meta lontana?
Si è felici quando non si pesa emotivamente su nessuno?
Si è felici quando si riesce a difendersi dalle ostilità, dagli attacchi, dalle incomprensioni, quando si fugge dalla noia, quando si va incontro alla noia, perché anche quella per tanti mesi ci è mancata?
Si è felici quando si può stare in mutande a casa per una giornata intera?
Si è felici quando si tiene un braccio un bambino che sa solo sorridere?
Non lo so se si è felici o se si può esserlo nel momento in cui più di tutti sei inconsapevole, di quello che fai, di quello che hai fatto, dei progetti che hai, del mondo che vorresti vedere ancora ai tuoi piedi, anche a settembre, anche nel futuro non immediato.
Ieri facevo un difficilissimo esercizio di osservazione, mi fermavo e mi chiedevo ma se io fossi un'altra persona come giudicherei queste domande, questi viaggi che la mente fa, da sempre.
E la risposta variava da stupido a coglione a forse non ti rendi conto di quanto tu sia stato bravo e fortunato negli ultimi tre anni.
Forse davvero non mi accorgo.
Forse la risposta è tutta lì e non ha senso domandarsi se si è felici o no;
forse dovrei accontentarmi del fatto che la mia non felicità ha reso felici o più sereni gli altri.
Non c'è una maestra che non mi abbia ringraziato in modo sincero, non c'è un bambino che non mi abbia sorriso, in modo sincero, in modo amorevole e semplice.
In questi tre anni è stato così, chi ha seguito il viaggio, i più da lontano, ha solo beneficiato di questa energia e di questi cambiamenti.
E il paradosso è che in tutti questi benefici quello che ha avuto meno sole sono stato io, ma non sono infelice per questo.
Sono stato me stesso e tra i difetti che sono quelli di tutti, ho il pregio di essere generoso e di stare bene quando gli altri sono contenti per causa mia.
Questo vuol dire essere felici?
Vuol dire essere felici vedere tutto questo darsi come normale, perché fa parte della tua natura e non sei mai stato te stesso come da quando sei andato via, un motivo ci sarà per spiegare tutto questo?
Non so se voglia dire essere felici, so però che deve tornare al più presto la voglia di rioccuparsi di me e solo di me, anche se so che sarà difficile, lo sarà sempre più.
Lo è stato sempre di più, gradatamente, da quando sono partito ad adesso, da quando ho iniziato a lavorare fino ad ora è sempre stato più facile occuparsi di altri che siano colleghi, bambini o amici che di te stesso.
Ora è tempo di rivedere qualcosa, prima che sia troppo tardi.
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miocuggino il 14/7/2010 alle 16:4 | |

DIARI
26 giugno 2010
ventisei giugno
Vorrei scrivere di tante cose, di tante sensazioni, vorrei scrivere di bilanci, di giornate piene, del sole che finalmente è arrivato, delle giornate che si allungano, vorrei trovare belle parole da spendere, ma il pensiero è altrove, il pensiero è a ciò che non controllo, al mio corpo, che continuo a sfidare, specialmente in questo anno scolastico, specialmente in questi ultimi giorni.
Ieri mi sono sentito tremendamente solo, ero sul treno e ho avuto la sensazione di non potercela fare, guardavo le persone accanto a me ed erano tutti sconosciuti, qualcuno di loro sicuramente mi avrebbe aiutato se glielo avessi chiesto, ma non volevo che accadesse e per fortuna non è accaduto.
E’ la seconda volta che ci vado vicino nell’arco di pochi mesi;
ieri parlando in chat con un’amica è saltata fuori la parola esaurimento.
Ci sono parole che fanno male, che ti fanno paura solo a sentirle nominare.
Ieri notte mi sono alzato di sobbalzo e per qualche lungo e interminabile minuto ho avuto paura, paura di esserci dentro senza consapevolezza, paura di arrivarci, se continuo a lavorare e a stressarmi fisicamente così.
Eppure mi piace, mi piace da morire lavorare; mi sento come quando frequentavo Ottavia, c’era gente che mi ammoniva che così facendo avrei rischiato e io invece continuavo, ero felice in quel momento, non capivo che, spesso, certe felicità si pagano, costano care.
Mi sento come in quel periodo, incapace di tirar fuori parole dolci e nemmeno lo voglio, testardo, ma in un modo stupido.
Una parte di me sa che è un modo inutilmente stupido, ma è una parte piccola, che sembra non avere voce in capitolo.
Quella volta però mi salvai, dico a me stesso e, sempre a me stesso, quella volta era diverso, eri a casa coi tuoi, era dopo la laurea, potevi permetterti di startene seduto su un divano a far si che tutto quel male entrasse, fino in fondo, per poi uscire qualche mese dopo.
Allora era diverso, adesso è tutto diverso, non hai reti di protezione, sei tu e la tua vita che non devi rendicontare a nessuno fuorché a te stesso, sei tu e i tuoi conti a fine mese, sei tu che pagherai, se pagherai.
Anche adesso, come allora, ho gente che mi rimprovera, in questo caso perché lavoro troppo, perché voglio andare a quella cazzo di laurea, che ci tengo da morire e mi sento sempre più solo in questa lombardia di merda perché non è vero che posso fare tutto quello che voglio, non posso vedere i miei tutti i giorni, non posso prendere un autobus e dopo un’ora e mezza essere a Catania a cazzeggiare con Alessia, non posso guardare con estasi la mia laurea, appesa in camera mia.
Rifletto da un po’ e in un modo un po’ diverso sul senso di questo sacrificio, di sicuro non lo cambierei, sono innamorato dell’insegnamento, innamorato della vita che faccio, un po’ meno di me stesso, ma sicuramente più di quando stavo a non fare nulla e ad aspettare, aspettare, aspettare.
Qualcosa che poi sarebbe arrivato, qualcosa che è stato bellissimo, che se finirà davvero cadrò in depressione, ma che finché c’è me lo tengo stretto e cerco di viverlo, di vivere i migliori anni della mia vita che da un po’ sono diventati i più difficili per i motivi che ho detto.
Ho paura, mi spaventa questa incoscienza, questo sottovalutare piccoli sintomi che potrebbero essere la bandiera di qualcosa di più grave.
E’ una lotta impari, la voglia di continuare, anche se non in questo modo, vince su tutto, vince su ogni cosa la consapevolezza che quello che vivo qui è solo presente, e sarà presente per chissà quanto.
Sanno di verginità questi anni, c’è sofferenza ma non c’è ancora dolore, c’è presente, solo presente.
E io voglio essere presente quando arriverà il passato.
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miocuggino il 26/6/2010 alle 17:59 | |
2 giugno 2010
due giugno
La stanchezza ha invaso ogni cosa, stanchezza fisica e, da qualche giorno anche stanchezza mentale.
La voglia di fare le cose, qualunque cosa è pari a zero così come mettere su la caffettiera o fare quella miriade di cose che rendono piacevoli le giornate. Si vede, si vede parecchio e non me ne faccio una colpa; avessi fatto il panettiere allora sì che avrei motivi per lamentarmi.
Ecco, mi lamento, mi piango addosso senza logica e io non amo fare le cose senza logica, non amo nemmeno le persone che non hanno logica, che non rendono l’idea del percorso nelle cose che fanno.
“Sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno”, diceva così quella canzone?
Io il mio sogno un po’ me lo sono anche conquistato, l’ho tenuto, l’ho riparato come il piccolo principe, a suo tempo, protesse la sua amata rosa.
E quindi non dovrei lamentarmi, perché fra pochi giorni questi bambini mi mancheranno da morire, mi mancheranno le insegnanti, mi mancherà la scuola e presto desidererò ciò che ha fatto a pezzi tutti i sogni che ho avuto finora, stare a scuola, vivere nel luogo dove tutti ti avevano dato per spacciato.
E’ stato un anno in apnea, un anno all’inizio del quale avevo altri progetti, ad esempio dimenticare ciò che era successo l’anno precedente, rimuovere o analizzare, scrollarmi di dosso quella serie di stati d’animo che avevano interrotto il flusso dei pensieri, dei sogni e dei desideri.
In apnea non si sente nulla, non si sentono i rumori che stanno sopra di noi, ci sono solo acqua e silenzio.
Domenica sono stato all’acquario di Genova. Lì, tra delfini, foche, squali, mangrovie e meduse mi è venuto in mente una cosa che ho letta e scritta molto tempo fa: “ Soltanto i pesci sopravvivono al diluvio”.
Io non so mai quando e cosa scriverò, so che i miei occhietti registrano, leggono, le situazioni, le persone, da un po’ di tempo anche gli stati d’animo, ma non so mai cosa accadrà, come spiegherò a me stesso quello che è successo il giorno prima.
Soltanto i pesci sopravvivono al diluvio forse vuol dire che quest anno era naturale che io stessi in apnea, felice, ma in un modo completamente diverso da quello che avevo immaginato.
E tutto questo senza che si sfasciasse nulla: tutte le domande sono ancora lì, loro sono più felici di me, perché per una manciata di mesi non sono state strapazzate; tutto sommato anche io lo sono.
Adesso è ora di tirar fuori la testa dall’acqua, adesso è ora di respirare.
Quando sono andato a Roma, dopo Pasqua, sono stato bene ma ero nervosetto e non capivo, non capivo perché quindici giorni di ferie non mi stessero rigenerando.
Per settimane mi sono chiesto come fosse possibile.
Poi come sempre, la risposta: avevi semplicemente messo la testa fuori dall’acqua.
Come nel film "Radiofreccia", quando Stefano Accorsi vede quegli animali strani, che mettono la testa fuori per qualche istante.
Lui li vede e gli dice, semplicemente quello che ogni tanto ripeto a me stesso: Testa Dentro.
Testa dentro che qui fuori è un brutto mondo.
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miocuggino il 2/6/2010 alle 10:16 | |
8 maggio 2010
otto maggio
La lunga corsa cominciata a metà novembre sta per concludersi; finisce con il fiato corto, con una stanchezza solo apparente, tanta voglia di riposarsi, ma solo per capire quanto sia stato bello.
Vivere a volte è così: una corsa a perdifiato, un viaggio in treno di quei treni che vanno così veloci che non hai il tempo di capire o decifrare il paesaggio che ti sta passando davanti agli occhi.
Percepisci dei colori, sai che c’è della vita oltre il tuo naso attaccato al finestrino, ne prendi un po’, ma subito dopo sono altri paesaggi, altri colori.
Ecco, questi bambini hanno messo un po’ più di colore in questa vita che aveva già dei chiaroscuri bellissimi.
L’ultima arrivata si chiama Alessia, come la mia migliore amica.
Alessia è una bimba cinese arrivata meno di due mesi fa.
Si muove come una trottola, è sveglia, trasmette vita e gioia.
Prezioso alleato di Alessia e del maestro Davide è un vocabolarietto cinese-italiano.
E’ bellissimo vederla sfogliare quel dizionario e cercare le parole, cercando di farsi comprendere da me, dai suoi compagni di classe, dalle altre maestre.
E quando la parola arriva lei è contenta, chiunque sarebbe contento.
Lipì, Haipà, mingzi, regalo, paura, nome, sarà un caso ma queste parole sono le più pronunciate quando faccio alfabetizzazione con Alessia.
Alfabetizzazione, che parola orrenda, ma poi se ci pensi bene, chi alfabetizza chi?
Chi sta imparando di più e da chi?
Tu da questa esperienza o questi bambini da te?
Sicuramente non è uno scambio equo, ma è così importante capire chi ci ha guadagnato di più?
Lipì, in cinese vuol dire regalo e di regali ne ho avuti tanti nella mia vita, ma questo è stato il più inaspettato, un anno di colori e di bimbi felici senza vergogna, spudoratamente felici.
Haipà, in cinese vuol dire paura e questa c’è stata, anche se nessuno sembra essersene accorto.
A volte non me ne sono accorto nemmeno io, ma la paura c’è stata, paura di non essere all’altezza, di essere inadatto all’inaspettato ruolo di maestro elementare.
La paura c’è stata, ma la sorpresa è stata vedere crescere la progressiva capacità di coprire i miei timori, sempre fedele alla convinzione che è fondamentale la percezione che dai agli altri, il resto sono panni sporchi che lavi quando gli altri non vedono.
Ho avuto haipà, sì, tantissima paura, tantissima haipà, ma anche tanto coraggio che non so come si dica in cinese, lunedì sbircerò nel vocabolarietto di Alessia.
Mingzi, in cinese vuol dire nome.
La cosa bella delle elementari è che i bimbi si chiamano per nome, i cognomi sembrano non esistere e anche io sono, semplicemente, il maestro Davide.
E' stato bello, a volte bellissimo, spero che un giorno mi ricapiti, spero di ricordare qualcuno dei lorò mingzi, dei loro nomi, quando avrò altri ragazzi, altri bimbi.
E spero che giugno arrivi presto, per godermi il meritato riposo prima di riprendere a correre.
Buon fine settimana.
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miocuggino il 8/5/2010 alle 13:14 | |
20 aprile 2010
venti aprile
Un po' di tempo fa si parlava con una collega del percorso fatto da me, che ho preso armi e bagagli e dal sud sono andato al nord per, sono parole sue "inseguire un sogno".
Adesso che io e quel sogno viaggiamo di pari passo, anzi di più, in giornate come questa dove batti il sogno di una o due lunghezze senza che il sogno si senta perdente o secondo classificato mi accorgo che i desideri hanno questo: si lasciano inseguire e a volte superare.
Sono buoni i desideri, sono gentili.
Fabio Volo ha scritto: " Fai vedere al tuo sogno che veramente ci tieni ad incontrarlo, senza pretendere che lui faccia tutta la strada da solo per arrivare fino a te, poi le cose accadono. I sogni hanno bisogno di sapere che siamo coraggiosi " .
E i miei desideri lo sanno: sono io che lo dimentico, a volte.
Oggi pensavo a una delle cose più belle che io abbia fatto nella mia vita: il viaggio a Londra e poi ancora più su in quel lembo di Scozia che è ancora Inghilterra: Hebden Bridge, un villaggio sconosciuto ai più ma non a me, perché lì è sepolta Sylvia Plath, la mia scrittrice preferita, la più grande poetessa di sempre.
Oggi penso che in quel momento non c'era niente di diverso da adesso: i desideri erano gli stessi, mancava forse tutto il resto ma i sogni erano lì e, quello, era, in quell'attimo, il mio sogno, quello che non poteva aspettare, quello che non poteva essere desiderato un giorno dopo.
Oggi penso che se non fossi andato ad Hebden Bridge, se non mi fossi laureato, se non avessi fatto il liceo classico, se non avessi letto così tanto e, certe volte anche così bene, forse sarei altrove, con la testa, con il corpo; e non è bello essere altrove, è bello vivere il presente, anche se ci sono sempre cose di fronte alle quali non riesco a farmi domande.
E' come da bambino: scarti le cose che non suscitano in te stupore e curiosità.
Da bambino.
Perché poi cresci, ti omologhi quel tanto che basta, cominci a non badare più a certe sfumature e non occorre pensare ad altro, ma non è un male, è giusto così, lo dico senza retorica o cattiveria.
Ammiro gli adulti con i piedi per terra, adoro gli adulti che non sognano, ammiro anche me adulto quando non sogno, quando tiro fuori il lato razionale dalle cose.
Perché diciamolo, per la stragrande maggioranza delle cose che facciamo, sognare è deleterio, fa male, anzi malissimo.
Il piccolo principe non abita più qui.
I sogni sono veleni ma capire cosa vuol dire desiderare, quello no, quello è un esercizio formidabile per rimanere adulti senza dimenticare ciò che eravamo prima.
Non essendo io abituato a farmi forza in nessun altro modo che traendo forza dal presente, trovo difficoltà a procedere in una direzione che non è la mia abituale.
Ci provo e ci riesco e mi accorgo che è anche necessario, dopo due anni e mezzo, mettere a tacere il presente e volgere per qualche ora il cuore al tempo passato che fu, quel passato prossimo che è stato cosa buona e giusta, sebbene acerba di inesperienza e incoscienza.
Sono andato a Hebden Bridge solo quando ho avuto la certezza che il desiderio che non poteva aspettare oltre era proprio quello.
Adesso attraverso questo momento cercando il desiderio giusto.
Buona serata.
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miocuggino il 20/4/2010 alle 21:10 | |

DIARI
10 aprile 2010
dieci aprile
Domani tornerò a casa, lunedì riprenderò a lavorare, ma so già di poter dire che questa Pasqua 2010 rimarrà nella storia come la Pasqua degli obiettivi raggiunti, volevo riposarmi e mi sono riposato, volevo dormire e ho dormito, volevo andare a Roma e ci sono andato.
Volevo vedere per primo il mio primo nipote e l'ho visto.
Qualunque senso uno cerchi, per definire la bellezza o la sconfitta, qualunque bella frase uno si addanni a cercare, per quanto uno si senta bravo a raccontare, ci sono cose che vanno oltre, che superano la bellezza o la gioia, che non sconfiggono la felicità ma ti dicono che a volte, una volta ogni venti, trenta anni capita qualcosa che porta la bellezza e la felicità da un'altra parte, dandogli una dimensione diversa, quasi innaturale.
Mi sono sempre detto che inizierò a morire quando comincerò a considerare banali o melense certe cose come la nascita o la morte.
Invecchierò e comincerò a morire quando cercherò le parole giuste per descrivere eventi che il mondo moderno, o cosiddetto moderno, ci ha portato a considerare straordinari.
Cento anni fa la nascita e la morte erano parte della vita, non si cercavano le parole per descrivere quegli avvenimenti, perché quegli avvenimenti erano parole e in quegli avvenimenti era il linguaggio di quella felicità.
Inizierò a morire il giorno in cui inizierò a dare per scontata la nascita di un bimbo, ma fino a quel momento, con enfasi dico che è bellissimo, cazzo, se è bellissimo.
I tre chili e tre più belli che io abbia mai visto.
Buona vita, davvero una buona vita a tutti.
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miocuggino il 10/4/2010 alle 23:53 | |
29 marzo 2010
ventinove marzo
Saranno almeno cinque anni che non hai una grafia; qualcosa si è rotto, non è solo la paura di scrivere, è il terrore di strappare la pagina, lo stesso terrore, la stessa fobia che ho quando si tratta di buttare tutto ciò che è vecchio, tutto ciò che è vecchio e di carta.
Non butto via nulla: più di ogni altra cosa rifiuto di buttare via le carte, le cartacce.
Scontrini, cedolini dello stipendio, liste movimenti del mio conto corrente, biglietti di treni, metro e autobus; solo quando la carta arriva al limite allora vengo preso dai sensi di colpa e faccio pulizia, ma con grande sofferenza.
E’ così da sempre.
Dove sta scritto che quello che scrivi sia per forza utile e debba essere eterno o importante?
Chi lo dice che tutto quello che è su carta sia sacro o ben scritto?
Chi lo dice?
C’è pudore nello scrivere, paura di mettersi a nudo, paura di farlo troppo bene, paura che si vedano tutti i lineamenti, tutta la pelle del tuo mondo.
Paura di farlo con continuità, paura di scrivere tutti i giorni.
E difatti non lo fai, sono anni che reputi inimmaginabile al pari di una violenza scrivere tutti i giorni. Altrettanto inimmaginabile scrivere senza pubblicare.
Sarebbe, sembrerebbe non scrivere, sarebbe come avere un segreto o più segreti.
E invece i segreti ci sono, come giardini che nessuno sa.
Cose che non dico nemmeno a me stesso.
Domande, domande ossessive, sono ossessionato dalle cose che non so.
C’è una mancanza di lucidità in questo cercare senza senso che non ha fondamenta o basi, né logiche, né illogiche.
E sono un misto di razionalità e paura che non vedevo in me da anni.
Succede quando sei al confine e vedi a sud il mondo vecchio e a nord il mondo nuovo, le certezze vecchie non le vuoi più, quelle nuove sai già che arriveranno comunque, che la vita accadrà che tu lo voglia o no, che tu dovrai solo scegliere o non scegliere.
Ho scritto qualche mese fa che il tempo delle scelte non mi basta più, che sento vicina la possibilità di vedere il passaggio successivo di questo processo.
Stringo i denti, soffro ma vivo.
Sono come i miei bambini, teneri e impauriti, come il titolo di un libro di Stefano Benni, comici, spaventati e guerrieri.
Rileggo quello che ho scritto finora, come del resto faccio con quello che ho scritto negli ultimi mesi: è scoordinato, sembra finto, forzato, trattenuto, probabilmente senza volerlo è un misto di tutte queste cose.
E si fa strada l’idea che sia giusto che sia così, che sia bello così, scrivere con fatica, senza riuscire a spiegare cosa ti stia passando per la testa, perché lo studio dei meccanismi di comprensione della realtà si è spostato dalla pagina alla vita vera, non con una virata decisa, ma con un movimento leggero. L’idea che sia solo la parola a dover transitare da sé stessa alla vita e non il contrario oggi mi fa paura. Mi spaventa pensare che tante volte sia stato così.
Respira, sei ancora in tempo per volare.
Come la tua amata gabbianella che quando è l’ora del primo volo viene spinta dalla certezza che vola solo chi osa farlo e che il sole quando arriva è sempre da considerare come una ricompensa dopo la pioggia.
Buon volo a tutti.
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miocuggino il 29/3/2010 alle 19:56 | |
20 marzo 2010
venti marzo
Da bambino se mi si voleva colpire bastava dirmi che vivevo in un mondo tutto mio.
Improvvisamente hanno smesso gli altri e ho cominciato io, sentendomi sempre lontano ma non altrove.
Distante, ma non in un mondo inavvicinabile.
A un certo punto devo aver capito che non c’era nessun gusto nell’andarsene troppo lontano con i pensieri, se poi quel lontano voleva dire irraggiungibile.
Così lontano, così vicino.
L’importante è scrivere e fotografare quello che ti accade, giusto?
Letteralmente senza controllo, cioè senza controllare cosa si sta raggiungendo, quali sono gli obiettivi, quali sono le mete.
Spesso in questo periodo mi fermo e mi domando cosa sto facendo della mia vita e riesco a trovare solo risposte banali, accomodanti, buone per l’attimo, valide per il presente, per la quotidianità.
L’esperienza che cresce di anno in anno mi ha insegnato che non sempre dietro domande e risposte banali c’è altrettanta banalità, il percorso che ti ha portato a chiederti quelle cose è molto più complesso della soluzione finale.
Non è una sfida, non è una gara, non c’è chi vince e chi perde, semplicemente dietro quello che fai ci sono dei meccanismi complessi, profondi, difficili.
Soprattutto difficili da capire.
E allora rispondi che gli scopi della tua vita sono avere un lavoro, desiderare di avere dei figli e una famiglia, fare delle scelte giuste, stare bene.
E tutto questo mi ricorda molto Socrate, che andava in giro chiedendo al macellaio o al calzolaio quale fosse il senso della loro vita.
E loro rispondevano le stesse e identiche cose che rispondo io, risposte personali, banali, ma siccome queste risposte ci piacciono, sono così simili a quello che abbiamo sempre voluto, allora le prendiamo e ci sembrano solo nostre quando in realtà sono di tutti.
La natura profonda delle cose ama nascondersi, diceva Eraclito, e mi piacerebbe capire il perché, capire come e se si può andare oltre quel nascondersi.
Buon fine settimana.
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miocuggino il 20/3/2010 alle 11:48 | |
6 marzo 2010
sei marzo
“è la vita che accade/è la cura del tempo/è una grande possibilità” ;
mi sono tornate in mente le parole di questa canzone di Niccolò Fabi, in questa calda mattina di marzo, solito sabato, lezione da Alessio, pomeriggio-sera forse cinema, la corsettina del week end, una passeggiata in centro forse, domani da mio fratello.
Una vita inquadrata, una vita infelice o forse non felice.
Una vita dove solo il tempo ha fatto la sua parte, dove tu non hai avuto voce in capitolo perché sono il tempo, la vita e a volte anche il destino a muovere i fili,facendoti sentire autonomo ma senza la cattiveria di sbatterti in faccia che non è così.
In queste ultime settimane ho sognato spesso cose che riguardano un passato lontano, eventi risalenti al liceo e nelle ore diurne improvvisamente sono tornati in mente episodi, frammenti libri letti risalenti a quel periodo.
Quando mi immergevo in castelli di rabbia e divoravo De Carlo, quando un paio di notti puntai la sveglia e mi alzai alle 3 perché a quell’ora stavano mandando in onda i film dei miei adorati Fratelli Marx.
Torna tutto questo, torna nella sua inutilità e si scontra con un presente sbiadito nei contorni, ma perfetto nella concatenazione degli eventi.
La cura del tempo, appunto.
Ma io che ruolo ho avuto, in tutto questo?
Per alzarmi alle tre di notte e vedere i Marx ho scelto di puntare la sveglia, per leggere Due di due a Napoli, in gita scolastica,ho scelto di starmene controcorrente in una stanza d’albergo per un paio d’ore.
Da quanto tempo non leggo un libro tutto d’un fiato?
Da quanto tempo non so gestire il mio tempo?
E perché scrivere e leggere che sono le cose che faccio da più tempo mi spaventano come se non le conoscessi?
Ho sempre pensato che il fine ultimo della vita fosse scegliere, sono felice tutte le volte che scelgo, di andarmene di restare, di pensare che dopo le scelte non c’è più nulla, c’è solo la gestione della traiettoria, che non è facile ma la scelta è la parte più difficile, almeno così ho sempre pensato.
E invece adesso sono al confine di una zona nuova, mai esplorata e mai vista.
Improvvisamente scegliere è diventato un gioco vecchio, datato, qualcosa che sai fare benissimo.
Buon fine settimana.
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miocuggino il 6/3/2010 alle 10:33 | |

DIARI
28 febbraio 2010
ventotto febbraio
Qual è la differenza tra un pensiero che ti sfugge e uno che ti scappa di mano?
Invisibile, al centro di ogni azione e reazione c’è questa domanda, che forse è una di quelle che mi sono sempre posto senza saperlo, capendone il senso quando c’era già solida la risposta.
Non ho pensieri e azioni che mi scappano di mano, almeno credo.
Sicuramente ho pensieri che mi sfuggono, cose che non riesco a capire, risposte che vorrei, ora, adesso, subito.
Il grado di felicità di questi anni si misura con l’infelicità degli anni passati, quando non arrivavano risposte, anni interi senza capire e poi, improvvisamente la felicità di avere un ventaglio di spiegazioni ampio, con il quale giocare e sventolarti e respirare.
E’ questo quello che mi manca adesso, la serenità di potermi sedere a tavolino e chiedermi i perché delle cose.
Ho dentro ancora tanta incertezza, figlia legittima delle incertezze dello scorso anno, ma non è solo questo.
Dentro me ripeto costantemente da giorni che non devo avere questa ansia da prestazione, che se voglio posso e devo tornare a farmi le domande per il puro gusto di farmele e non per ottenere come se fossero delle cambiali da pagare, risposte ben precise, con delle scadenze.
Guardo i miei occhi ultimamente e sono sì guizzanti e stanchi a seconda del momento, ma sono diversi o almeno diversi da come la natura e la vita li hanno progettati.
Sono assetati di risposte ma in un modo diverso da quello che è il mio modo di guardare.
Pretendono troppo, cercano poesia là dove non ce n’è e forse non ce ne sarà mai, forse sono disorientati, forse si sentono traditi da me, dal resto di me, non si sentono in sintonia per la prima volta. E’ come se mi dicessero non tradirci Davi, trattaci con dolcezza, non sforzarci.
Il messaggio è: non bisogna mai guardare quello che non si può vedere.
Il mio timore più grande è stato sempre quello di non capire, e dietro a ruota, la paura di perdere per strada ciò che si era appena imparato, quello che avevi appena imparato a custodire e ad addomesticare.
Sono stato bravo finora, devo ammetterlo, a mio modo, ho trascinato nelle lune nuove che si avvicendavano, le cose del passato che mi sarebbero servite per andare avanti.
In ogni metaforica casa dove sono andato ad abitare ho trascinato qualche suppellettile forse per dire a me stesso che si stava proseguendo e non completamente ricominciando.
Adesso è più difficile, chissà perché.
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miocuggino il 28/2/2010 alle 14:19 | |
21 febbraio 2010
ventuno febbraio
Fra quattro mesi esatti, compirò trentadue anni.
Penso spesso ai prossimi anni, agli anni che mi porteranno verso i 40.
Penso alle cose che ho fatto, alle tante che mancano ancora da fare.
Cerco di capire, se ho recuperato il tempo perduto, quanto e se mi sono messo in pari.
Sarebbe bello avere una risposta definitiva su questo, sarebbe bello ma non si può.
La maggior parte delle volte, dico che specie negli ultimi due anni ho recuperato tanto, se non sul piano affettivo, almeno sul piano dei rapporti umani, professionali.
Sono sbucate fuori come funghi tutte quelle cose che erano davanti a me e che non affrontavo per paura, per pigrizia.
Mi viene in mente una canzone degli zero assoluto, dove c’è lui che parla della donna della quale è innamorato ma che sta sfortunatamente per sposare un altro.
E le chiede se si sente pronta per affrontare suocera, cognati, mal di testa ricorrenti, tombole a natale, cambiare casa, un figlio.
Stephen King parla in un suo libro di riti di passaggio, lo dice a proposito dell’adolescenza, dice che nella vita di ogni persona ci sono dei momenti che segnano il passaggio da una fase all’altra.
Ognuno ha i suoi, le chiavi di casa, la patente, il primo bacio, la prima volta che sei andato al cinema, riti di passaggio apparentemente insignificanti e piccolissimi rispetto a quello che verrà subito dopo, ma in realtà anelli indispensabili senza i quali tutto sarebbe sciolto e in disordine.
Penso ai miei riti di passaggio, confesso che non me ne vengono in mente tanti, anche se so che ce ne sono stati tanti, ma è la mia croce, pensare solo all’oggi e mai al passato.
Azzerare tutto, come sempre.
E allora l’ultimo rito di passaggio che sembrava essere una innocua telefonata da parte di una scuola, mi ha portato qui, a scrivere dall’altra parte dell’Italia.
Cercando di essere felice.
Lottando contro il tempo perché i quaranta sono dietro l’angolo e la vita verrà a bussare e a chiedere il conto dei sogni realizzati ed eventualmente di quelli per i quali non si è lottato abbastanza o per nulla.
Sono contento in questo periodo, non uso la parola sereno perché non lo sono, ma contento sì, perché sto tornando a farmi delle domande, ad avere dei dubbi, a chiedermi se in quello che è stato ci sono stato, se potevo fare di più, se dovevo fare di più.
Buon inizio di settimana.
| inviato da
miocuggino il 21/2/2010 alle 21:1 | |
13 febbraio 2010
tredici febbraio
“ A megghiu parola è chiddà cà nun si dici”
La parola migliore è quella che non si dice, è un proverbio conosciutissimo dalle mie parti.
Me lo sono sentito dire spessissimo, me lo sono ripetuto altrettante volte.
E’ una di quelle cose o frasi che ti accompagnano nei momenti cruciali, nelle fasi di passaggio da un ciclo di vite a un altro.
Senza farti male, senza infastidirti.
Certe cose tornano, certi libri, certi desideri, cose che hai fatto una volta e pensavi di non rifare più, certe cose tornano o torna il desiderio di rifarle e riviverle.
Quando ho letto Siddartha o il piccolo principe ho pensato che quella volta sarebbe stata l’unica e l’ultima.
E invece ieri il piccolo principe l’ho riletto a dei bambini entusiasti ed emozionati, Siddartha l’ho riletto o mi è tornato in mente innumerevoli volte da quando lo lessi per la prima volta a sedici anni.
Londra? Inimmaginabile tornarci, pensavo fino a poche settimane fa e invece adesso è un pensiero che torna, si riaffaccia.
E’ divertente vedere questi pensieri che non c’erano mai stati fare capolino, come il sole di questi giorni.
La mia fantasia o la mia voglia di tradurre tutto e tutti in qualcosa di pratico e ben definito mi fa pensare spesso a quel proverbio.
Di solito si usa per consigliare il silenzio, per mantenere quel filo di educazione che serve perché le discussioni non sfocino in rissa; mia nonna mi manca anche per quell’espressione che usava spesso nei miei confronti: “tu sì l’umitt dà pac” che tradotto malamente vuol dire qualcosa del tipo tu sei l’ometto della pace.
Me lo diceva anche quando non lo ero, anni prima che lo diventassi davvero.
E allora vedo in quel proverbio, la miglior parola è quella che non si dice, una spiegazione diversa da quella che di solito gli si attribuisce.
A volte mi fermo a pensare a quali sono gli argomenti di discussione che sono da sempre nella playlist dei fatti miei: il lavoro, il mio rapporto con il mondo e poi cose più spicciole come l’anaffettività della stragrande maggioranza dei cittadini lombardi, parlo di queste e di tante altre cose, tacendone altre.
Non parlo mai di denaro, ad esempio.
Oggi pensavo a quali sono le cose che mi rendono felice o che comunque mi fanno dire che farmi il culo e affrontare questi sacrifici alla fine un senso ce l’ha.
Una di queste è appunto il denaro.
Spesso con Ale abbiamo discussioni sul fatto che non sia e non debba essere l’unica cosa.
E’ vero ed è vero il fatto che non bisogna mai vantarsi di stare economicamente sereni.
Certe volte però questa cosa mi fa stare benissimo.
Stamattina, ad esempio, l’aver pensato di essere in una condizione economica favorevolissima ha arginato molti dei soliti cattivi pensieri.
Questo pensiero che prima stava a ridosso dei discorsi e delle pause che li precedono, oggi è stata la parola detta, in un inaspettato scambio di ruoli che ha stuzzicato la mia parte analitica mettendo a tacere per qualche istante la mia parte intollerante.
Buon fine settimana.
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miocuggino il 13/2/2010 alle 9:39 | |
7 febbraio 2010
sette febbraio
Sto leggendo un libro molto interessante, si chiama Architettura e felicità, un libro che esplora il rapporto che c’è tra i luoghi che abitiamo e l’idea che abbiamo di felicità.
Questa casa, vivo qui da un anno e mezzo, certe volte mi dimentico di vivere in affitto, che prima o dopo andrò via.
La sento un po’ mia, questa piccolissima casa, certi giorni non vedo l’ora di tornarci, certe sere non vorrei uscire e non certo per noia, ma proprio per desiderio di restare e godersela ancora un po’, un po’ di più.
La casa in cui vivo è costantemente profumata.
Ormai è diventata una mania, una passione, un’esigenza: incensi profumati, ne ho di tutti i tipi, davanti a me adesso un legno di garofano e cannella e in cucina un legnetto che emana un dolce odore di talco.
E poi acque profumate che spruzzo quando ho voglia.
Chissà cosa vuol dire tutto questo, magari non vuol dire nulla, magari vuol dire tutto.
E’ un periodo pieno di domande, ma di quelle che piacciono a me, di quelle senza sbocco apparente, domande senza ansia, che si scioglieranno come la primavera scioglie l’inverno.
La stessa luce ma in un tunnel diverso.
“Di tanto in tanto potremmo provare il colpevole desiderio di crearci una casa e poi vantarcene davanti agli altri. Ma solo se la parte più vera di noi è egocentrica il bisogno di costruire sarà dominato dalla volontà di fare sfoggio di qualcosa. Invece, nelle sue manifestazioni più sincere, l’impulso architettonico sembra legato a un desiderio di comunicare e commemorare, di dichiararsi al mondo tramite un registro diverso dalle parole, con il linguaggio degli oggetti, dei colori e dei mattoni: all’ambizione di far sapere agli altri chi siamo e, con questo, di ricordarlo anche a noi stessi.”
(Alain De Botton, Architettura e felicità)
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miocuggino il 7/2/2010 alle 12:51 | |
3 febbraio 2010
tre febbraio
Leggo spesso Dylan Dog e in questi tre giorni di malattia mi è tornato in mente un albo intitolato il lago nel cielo.
All’inizio della storia Dylan ha un momento di sconforto misto a malinconia, si trova in una specie di sgabuzzino, guarda le foto che gli ricordano i casi risolti, le donne che ha amato, le immagini o gli articoli di giornale che riguardano le persone importanti della sua vita.
E si chiede che senso abbia avuto, visto che quel giorno si trova ad un punto morto, forse si chiede che valore abbia un ricordo, cosa ce ne facciamo di una cosa così inafferrabile, se ci pensi anche così inutile.
Anche volendo, il passato e il presente sono così distanti e diversi che incastrarli e cercare di dargli un senso o un filo logico è lavoro da matti, letteralmente.
Ho cercato di sfruttare al meglio questi tre giorni, ci sono riuscito poco ma almeno ci ho provato.
Le domande però sono rimaste le stesse, che senso ha accumulare esperienza quando sai benissimo che è un’utopia lasciare il testimone agli altri, che faranno altre esperienze, che fingeranno di lasciare la loro presenza nel mondo, che si illuderanno come te, come milioni di altri di aver lasciato un segno tangibile.
Tutto finisce e forse questa dovrebbe essere una risposta alle mie ansie.
Dato che tutto finisce e che la vita è breve e non tutti i sogni possono realizzarsi, allora forse dovrei prendere le cose con più leggerezza.
Una volta ero ossessionato dalla parola ironia, pensavo fosse un traguardo.
Questa parola come altre.
Pensavo che possedere certe parole, capirne il senso potesse equivalere ad avere la bacchetta magica, senza curarsi del lavoro che c’è dietro la conquista di quella parola.
Ecco, negli ultimi anni ho preparato il terreno, so di averlo preparato bene, di avere lavorato giorno dopo giorno per capire cosa aggiungere e togliere, giorno per giorno, giorno dopo giorno.
E quando ne perdevo uno sapevo che comunque ci sarebbe stata continuità perché il giorno dopo avrei lavorato di più, recuperando, in modo costante e sempre più preciso, fino ad arrivare fin qui, a parlare di nulla, a scrivere di nulla, a dire che la mia vita comincia oggi, che quello che è stato ieri non è importante, perché era propedeutico, preparatorio, il meglio comincia oggi, anzi domani.
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miocuggino il 3/2/2010 alle 17:9 | |
30 gennaio 2010
trenta gennaio
Quando non ho un inizio per raccontare quello che sto vivendo, quando c’è il corpo ma manca la radiografia dello scheletro, di solito ci si affida a citazioni, di libri, titoli di canzoni, poesie, a volte film. Qualche volta mi capita di capire quando sto per scrivere, di cogliere quell’attimo in cui è giusto sedersi e raccontare, l’attimo giusto in cui tutti i pensieri sono raccolti, radunati.
Il più delle volte, e questo è sintomatico, mi capita di capire perché non sto scrivendo, da giorni o da settimane.
La risposta è sempre quella: c’è molto da raccontare ma non il modo, il silenzio necessario, la pace a forma di sacco che contenga tutte le linee e i triangoli di parole che tracciano il sentiero.
Forzo la serratura ed entro come un ladro, nella mia testa, da una porta inusuale, dalle cantine, rubo in casa mia.
Non so cosa stia succedendo alla mia vita, magari è uno di quei momenti che io credo importanti e invece no.
Ogni giorno mi sembra bellissimo, ogni giorno mi sembra di risalire la china, di avvicinarmi alla domanda di felicità che corrisponde alle mie aspettative.
E poco importa se poi arrivati a quella domanda mi fermerò o andrò avanti di poco o cercherò un’altra domanda e inizierò un percorso diverso.
Quello che voglio è arrivare, anzi, tornare a quella domanda, abbandonata molti mesi fa.
So che ci sto riuscendo, lo sento dall’emotività che torna e che devo tornare a gestire, dalle lacrime che qualche volta riaffiorano e dalla paura e dal coraggio e dalla capacità di ricacciarle indietro e proseguire, più forte, sempre più forte mano a mano che gli anni passano.
Pensavo di combattere altre battaglie, ma mi piacciono le sorprese.
Buon fine settimana.
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miocuggino il 30/1/2010 alle 9:51 | |

DIARI
23 gennaio 2010
ventitrè gennaio
Caro babbo natale, sì, sì, lo so che è tardi, ma sai come sono fatto io, sono un gemelli, perennemente indeciso, da sempre in bilico tra una scelta e l’altra.
Dovevo scriverti prima delle vacanze, ma sapessi che vacanze difficili sono state, non mi sono riposato per niente, non ho riflettuto su niente, non ho fatto il punto della situazione come avrei dovuto e voluto.
Succede, sarà successo anche a te, no?
Ti scrivo perché ho finalmente messo a punto la lista dei desideri, scegli tu se fare gli straordinari e scendere dal camino che non ho(puoi utilizzare quello della vicina se vuoi, oppure suona, ti offrirò il caffè se vorrai) in primavera, o a natale prossimo quando però ti avviso, avrò altri desideri e allora sarà un problema per te e per me.
Cominciamo: per questo 2010 vorrei che prima di tutto iniziasse davvero, quindi se magari puoi dargli una sferzatina , come fai quando fai partire le tue renne, ecco, te ne sarei davvero grato.
Poi vorrei che la mia situazione lavorativa cambiasse di colpo, che so, con un concorso, un corso abilitante, di quelli che ti permettono di stare tranquillo e non cambiare classe e scuola ogni santo anno.
Vorrei insegnare in un liceo classico, caro Babbo Natale.
Adoro i bimbi che vedo tutte le mattine ma mi manca molto il non poter parlare a degli studenti un po’ più grandi, di Calvino, di Gadda, di Cesare Pavese, di Sylvia e di intrecciare questi discorsi con quella santa cosa che è il cinema, con quell’altra santa cosa che è il teatro.
A ben vedere non l’ho mai fatto, caro Babbo, non ho mai avuto nemmeno per un giorno la possibilità di insegnare in un Liceo Classico.
E per quanto riguarda la situazione lavorativa, non devo aggiungere nessun altro desiderio.
Vorrei essere più sorridente, vorrei trovare più gente che mi fa ridere, meno gente compassionevole, meno gente ignorante che siccome io leggo Bauman, che è fichissimo, non ti fermi al mattino e ti dica: “ ueh ma che testi leggi di prima mattina”.
Sì, leggo Bauman, un sociologo che fa a pezzi il consumismo, spiegandolo, ferocemente.
Sto sorvolando sulla mia situazione sentimentale, caro Babbino, ma che ti devo dire? Che sono contento così?
Giammai.
Gli anni passano e i desideri restano sempre quelli, solidi, mangiano e bevono alla mia tavola aspettando che io gli passi il sale.
Ultimo desiderio ma non meno importante: siccome sarò zio per la prima volta a marzo, mandami un manuale su come gestire mio nipote, cosa regalargli, che cosa dirgli, giusto per evitare che mi diventi sciocco prima del tempo.
Gli altri desideri li conosci già e riguardano le persone che mi stanno intorno.
Buon natale e scusa il ritardo.
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miocuggino il 23/1/2010 alle 11:40 | |
10 gennaio 2010
dieci gennaio
Oggi è stata una giornata dfficile, brutta anche metereologicamente, con un freddo di neve ma senza neve.
Qualche mese fa pensavo fosse stata l'ultima volta che entravo in quella casa, a posto con la coscienza, avevo ripreso fischiettando la mia vita di sempre, convinto di avere avuto anche stavolta l'ultima parola.
E invece oggi il vento sbatteva forte e quella porta che ho chiuso con apparente dolcezza, rimbombava di un'eco violenta, difficile da descrivere, come una porta che si chiude per sempre, come un addio, come qualcosa che sbatte e il cui rumore spaventa e atterrisce.
Mi bloccavo, mettevo gli oggetti nelle scatole e mi bloccavo e non riuscivo a muovermi, a formulare correttamente il ricordo, mi bloccavo, continuamente.
Spesso si pensa di avere affrontato correttamente le cose, solo perché il tempo è stato tanto, solo perché eravamo lì, in quel momento, vivi, combattivi e partecipi.
Il passato spesso sembra un nodo facile da sciogliere, analizzi continuamente tutti i giorni quello che ti accade, analizzi tanto, analizzi tutto.
Non pensi mai che certi ricordi possano spaventarti.
Perché in fondo si tratta di questo, di paura, pura e semplice.
Paura di un passato che non tornerà più, consapevolezza che quella vita lì non era certo la vita ballerina di adesso, senza una casa stabile, senza ritmi scanditi da quelle mura e da quegli oggetti.
Per la prima volta oggi, ho odiato la mia vita presente, ho odiato l'essere cresciuto, l'avere conquistato il mondo che volevo, ho odiato per qualche istante l' essere diventato maledettamente bravo, il più bravo di tutti nel tenere chiusi in un palmo tutti i sogni che avevo da bambino.
Domani questo odio passerà, fra qualche ora sarò su un aereo che mi riporterà a Milano e poi su un treno, direzione Rho.
Boris Secondo, la signora Maria, gli affitti da pagare, bambini, tanti bambini.
Buon inizio di settimana.
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miocuggino il 10/1/2010 alle 19:44 | |
6 gennaio 2010
sei gennaio
Ogni ritorno è diverso, è storia a sè; ogni ritorno è difficile, ogni andata è pesante, ogni viaggio da e per il luogo verso il quale la vita ti ha destinato è inevitabilmente fonte di preoccupazioni.
Oramai ho smesso di contarli, ho smesso di dargli quel sapore enfatico, epocale e ho cominciato a capire e a ragionare in modo diverso e più simmetrico: così come c'è una storia che si forma, giorno dopo giorno, li, in Lombardia, una storia fatta di scuola, di fine settimana troppo corti, di spese da contenere, così c'è una storia anche qui.
Succede che il film si interrompe e inizia una specie di cortometraggio che ha un suo senso e che non riesco a capire quanto possa essere collegato a ciò che faccio nel resto dell'anno.
Prima non ci badavo, credevo fossero solo vacanze.
In realtà, è un'altra storia che va seguita, analizzata, stesa come panni ad asciugare.
E' strano come una delle parole che pronuncio sempre con un po' di risentimento sia LEZIONE.
La utilizzo, sì, ma solo in ambito scolastico.
E invece lezione dovrebbe essere la parola conduttrice di ogni mio singolo gesto.
Forse lo è, forse anche questa è una delle tante cose che faccio, che vivo, pensando di non farla,
di non viverla o di non farla bene o viverla bene.
Ci sono molte cose che faccio, nel quotidiano sbattimento a destra e a sinistra e che mi sembrano non fatte ma pensate.
Ci sono molte lezioni che la vita mi ha dato e di fronte alle quali provo sincero smarrimento, di fronte alle quali sono incredulo, come se queste cose non fossero realmente accadute.
Come se ci fosse un tempo in cui le lezioni fossero destinate a finire.
E non si tratta solo di imparare, perché per quello non si finisce mai.
Ma imparare una lezione è diverso.
E' una faccenda completamente diversa e con risvolti diversi a seconda della lezione.
E non c'è un dopo che sia rosa e fiori e nemmeno un prima e nemmeno un interno che sia patinato o piacevole.
Una lezione è semplicemente qualcosa di freddo, acustico, qualcosa che è più simile a una matrioska russa, infinita, dal più grande al più piccolo e dal più piccolo al più grande, uno dentro l'altro, l'altro dentro l'uno.
Molteplicità e unicità.
Pochi giorni alla partenza. Buon sei gennaio.
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miocuggino il 6/1/2010 alle 18:54 | |

DIARI
31 dicembre 2009
trentuno dicembre
Non avrebbe senso fare un bilancio del 2009, quando questo è stato raccontato già, qui, settimana dopo settimana, tessendo il filo, cercando le spiegazioni in tempo reale.
Comunque ci provo: è stato un anno a due facce, la prima parte, terribile, la seconda molto molto bella, ma la sensazione che provo adesso, in questo preciso istante è quella di essermi perso per strada qualcosa, di avere perso in questo 2009 molte più cose di quelle che credevo.
E' stato un anno diverso, vissuto in modo meno spavaldo, con più paura di invecchiare e di non capire le cose, con più paura di non affrontare la realtà con lucidità, un anno in cui, il coraggio è venuto meno, si è assopito, letargizzato.
Abbassate le difese immunitarie, che sono molto basse ancora adesso, tutto è stato più difficile.
E' stato difficile ripristinare tutto, è stato difficile, lo è ancora, togliere la ruggine delle incomprensioni.
Un anno snervante che si è chiuso in bellezza, con il sorriso dei bambini, con un bambino che nascerà, con un film che è un'istantanea di ciò che penso.
L'amore non è tutto, ma è tutto ciò che noi sappiamo dell'amore.
Si parla spesso di sogni qui, il tempo che passa rende inevitabile la paura che la realtà si mangi tutto, in due anni quel po' di adolescenza che ricopriva le mie giornate se n'è andato. Ed è tutto più difficile, devo scavare di più, devo leggere ciò che prima il cuore leggeva facilmente.
E' tutto più difficile, ma non impossibile, la speranza è che in questo 2010 io riesca a recuperare le mollichine disseminate sul terreno e con quelle mollichine che sono tante, magari costruirci un castello di pane o farmici una pizza.
La fantasia non mi manca ma è sempre più difficile immaginare mondi che coincidano con la vita di tutti i giorni, il margine che separa i sogni dall'accontentarsi di sognare è un margine che va ridotto o ampliato a seconda di come vanno le cose, a seconda di come tu vuoi che vadano.
Buon 2010 a tutti.
| inviato da
miocuggino il 31/12/2009 alle 19:31 | |
25 dicembre 2009
venticinque dicembre
Sono io.
Sono io quello delle foto in Tunisia, quello che la mattina non esce di casa senza aver bussato sulla boccia di Boris Secondo e averlo salutato.
Sono io che adoro il viola, quello che faceva teatro a Valverde, quello che guardava gli altri cercando di capire cosa avessero più di me.
Poi lo specchio si è capovolto e adesso sono io a domandarmi cosa c’è negli altri di ciò che ho io.
Era tutto un bluff, pensare che difendersi dagli altri che entravano nella tua vita servisse solo per evitare che gli altri quella vita la cambiassero, quando invece non ci si doveva difendere ma si doveva difendere quello che avevi dentro solo per evitare le contaminazioni, per evitare che quel tesoro venisse frainteso, spersonalizzato, discusso con parole diverse da quelle che tu gli avevi dato o che dovevi ancora dargli.
Contrariamente agli anni passati, questo 2010 si apre non con le immagini dell’anno passato, ma con le foto di molti più anni.
E’ bello, è stimolante, è sorprendente tirare fuori quel passato che sembrava già collocato e risentirlo con una voce nuova, pronunciare quei ricordi con la cassa armonica del presente.
E’ come un bel disco vecchio ma con un nuovo arrangiamento.
Sono io quel bel disco vecchio.
A scuola, da studente, mi mettevano in guardia contro il pericolo di idealizzare troppo il passato, contro il rischio di ripulire completamente le storture e le incongruenze, contro il rischio di far diventare il passato un album di foto patinate, a far vedere un’epoca dove si era tutti felici e contenti, non si piangeva mai, si ragionava sempre in modo costruttivo.
Un po' ci casco anche io, come molti, come tutti.
Mi salvo con l’obiettività, mi salvano questi ultimi due anni dove ho cercato di fare le scelte giuste, anche se dovrei dire ho cercato di fare delle scelte e basta.
Buon (quel che resta del) 25 dicembre.
| inviato da
miocuggino il 25/12/2009 alle 19:1 | |
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